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STORIA DEL DOGO ARGENTINO - Capitolo 1: L’Argentina e il creatore della razza
(Beatriz Nores)
Per capire lo spirito di questa razza, e per capire quello che il creatore del DOGO ARGENTINO ha cercato di plasmare, è necessario per prima cosa conoscere meglio il nostro bel paese. L’Argentina (dal latino argentum, argento), è stata la culla degli immigrati da tutta l’Europa, che per circostanze di diversa natura hanno cercato rifugio o ricchezza in questa terra.
E così che nell’anno 1873 la famiglia Nores, proveniente dalla Spagna, dà vita alla sua prima generazione Argentina con la nascita del Dr. Antonio Nores nella città di Córdoba. Questo grande medico chirurgo ha cresciuto 9 figli, educandoli con quei grandi principi e fondamenti che evidenziano l’amore per la terra e per le tradizioni.
Il suo secondogenito, Antonio Nores Martines, medico anche lui, ebbe sin da bambino l’opportunità di studiare le diverse razze canine e conoscere le incredibili qualità di ognuna di esse. Tutto questo sommato alle conoscenze scientifiche dei suoi studi di medicina, lo portarono a pensare alla possibilità di creare una razza utile per i nostri territori. Amante della caccia, osservò che le principali razze europee da traccia e caccia molto difficilmente potevano essere paragonate al coraggioso puma, al pecari (maiale autoctono), o erano in grado di lottare nelle fitte boscaglie con il terribile cinghiale europeo, che sin dal suo arrivo sul nostro territorio si è diffuso in modo incontrollato.
A Córdoba, le lotte dei cani da presa, così come i combattimenti tra galli, costituirono una tradizione la cui origine è da ricercarsi senza dubbio nell’epoca coloniale. Sebbene detti spettacoli abbiano purissime origini iberiche, fu l’Inghilterra, dal secolo XIII in poi, il paese dove divenne importante come sport e dove si cominciarono a organizzare combattimenti mortali tra cani, e anche tra tori, i famosi "Bull-baiting". Nella nostra città, alcuni sostenitori di questo selvaggio intrattenimento, cominciarono a incrociare il Bull Terrier con il Bulldog inglese, selezionando cani bianchi e senza prognatismo. Questi animali avevano insieme la fierezza e il valore del Bulldog e l’agilità e la muscolatura del Bull Terrier; a volte si poteva ottenere un olfatto migliore di quello del Bulldog puro, col vantaggio che non soffocavano al momento della presa poiché aveva una mandibola più larga e un’arcata dentaria ben coincidente. Gli esemplari erano di taglia grande e pesavano più di 30 kg. Questo animale venne chiamato "VECCHIO CANE DA PRESA DI CORDOBA".
Questo tipo di cane venne nuovamente incrociato con Bull Terrier, con Boxer e con il Dogo di Bordeaux, secondo i criteri di ciascun appassionato. In questo modo, si arrivò a ottenere un cane abbastanza standardizzato, di colore bianco, occhi e narici nere, cranio massiccio, con un muso della lunghezza della testa, quest’ultima di tipo fulvo. Torace ampio e profondo, corpo corto e muscolatura scultorea, eccezionale attitudine alla lotta, disposto a combattere fino alla morte.
Partendo da questa base, e lavorandoci per 25 anni, il Dr. Antonio Nores Martines si propose di determinare una razza che conservasse queste caratteristiche di valore e tenacia, oltre che l’inclinazione generale per la presa, la guardia e la distruzione di animali selvaggi; come lui stesso lo definirà "un fedele compagno nella nostra casa sia in città che in campagna, e di tutti gli appassionati di caccia maggiore”. A questo scopo dovettero essere utilizzate altre razze che aggiunsero ulteriori qualità, senza eliminare quelle già ottenute.
Per aumentare la taglia, senza fargli perdere valore e dargli allo stesso tempo un istinto cacciatore, realizzò una serie di incroci tra Bulldog, Gran Danese, Mastino dei Pirenei, Bull Terrier e Boxer, utilizzando sempre come base il vecchio cane da presa di Córdoba. Il mastino dei Pirenei utilizzato fu importato dagli Stati Uniti; questa razza gli diede le dimensioni, la rusticità, l’olfatto, accentuò il manto bianco, gli fece guadagnare forza, resistenza e uno speciale adattamento a tutti i climi, tipica della razza di montagna. L’olfatto per seguire le tracce si ottenne con “Diana”, una pointer inglese. Per ottenere velocità, senza perdere rusticità e dimensione, si utilizzo l’Irish Wolf Hound.
La professione di medico, gli permetteva di lavorare con i suoi cani solo nel fine settimana. Questi esemplari arrivarono a superare la cifra di 150; si trovavano in una località molto vicina alla capitale (Totoral) e in campagna poteva contare sull’aiuto di Justo Moyano e di Gaitan, che si occupavano dell’alimentazione quotidiana e del lavoro nelle campagne, che si protraeva per oltre 8 ore, con mute composte da 6 a 8 cani.
Durante i fine settimana, all’alba lo si vedeva già con i suoi “Bianchi”; lavorava da 2 a 3 ore con differenti mute, selezionava il migliore e lo consegnava agli amici che potevano dedicare più tempo alla caccia maggiore. Aveva il compito di decidere che incroci fare, prima di realizzarli, mettendo alla prova le madri con lotte mortali contro puma e cinghiali in cattività: se l’animale non assecondava le sue esigenze non procedeva con l’incrocio, lo sterilizzava e lo regalava. Selezionando generazione dopo generazione quegli esemplari che a suo giudizio possedevano le caratteristiche psico-somatiche che cercava di assicurare, e realizzando varie famiglie per evitare consanguineità, riuscì a ottenere il DOGO ARGENTINO, che definirà "Il miglior cane fra tutti gli animali da presa e il miglior animale da presa tra tutti i cani di tutte le razze".
Questa creazione fu sostenuta da basi scientifiche talmente sconvolgenti per l’epoca che lo scienziato italiano Alfredo Sacchetti (professore di antropologia ed etnologia), lo cita nella sua opera "Specie e razze in ordine biologico” (1951)...": In alcuni casi è possibile ottenere la formazione di nuove razze che risultano stabili in relazione alla naturale armonia della elezione. Con soddisfazione posso citare in questo senso il brillante esempio di una nuova razza canina di dogo argentino, che riunisce insieme due qualità fondamentali: la stabilità biotipologica e la forza genetica. Questa conquista si deve al Dr. Antonio Nores Martínez".
La priorità di Antonio, nei suoi incroci, era quella di non far perdere all’animale il coraggio, virtù che già vedeva con preoccupazione dileguarsi in grandi razze per colpa della moda, e della mancanza del punto focale che riteneva la legge evolutiva chiave di una specie: "padre x madre più evoluzione funzionale". Pertanto, i suoi cani, selezionati per le loro caratteristiche morfologiche, erano sottoposti a prove molte rigide di resistenza, olfatto e anche combattimento con i vari animali che popolavano le campagne argentine (puma, cinghiali, pecari, giaguari ecc.). Dava priorità anche alla socievolezza del cane con gli animali domestici, con i suoi congeneri e soprattutto con i padroni, in caso di necessità il cane doveva permettere al padrone di cucirlo senza anestesia, nel mezzo delle montagne, dopo la lotta con bestie selvagge.
Quando il grande medico, autore di brillanti testi di medicina, chirurgo senza uguali all’epoca, decise di presentare la razza, le voci scettiche dell’epoca gli chiesero di dimostrare il frutto della sua creazione; così nel 1947, nella provincia di San Luís, presentò i suoi esemplari tramite un combattimento faccia a faccia con un cinghiale e un puma. Durante tale combattimento il DOGO ARGENTINO comincerà a scrivere una storia senza ritorno dimostrando delle capacità che oltrepassavano i limiti conosciuti alla sua razza; capacità che possiamo affermare, con orgoglio, conserva ancora dalla sua creazione. La convinzione di aver ottenuto quello che voleva fu tale che, in un celebre scritto pubblicato dalla rivista Diana nel 1947, alla fine della presentazione, chiede scusa per quella passione che non poteva fare a meno di trasmettere: "la passione è il motore delle idee, e le idee che nascono senza passione, nascono morte".
E conclude scrivendo 3 messaggi: A COLORO CHE COMPRENDONO:
Mi basta ricordarvi che nella scienza il cammino migliore è quello che conduce verso la verità per noi stessi, quello che ci permette di sottrarci all’influenza degli interessi creati, sia che siano dottrinali, scolastici o economici; quello che ci consente di recuperare, nell’ambito di indagine, l’autonomia e la libertà di osservazione, di raziocinio e di giudizio, indispensabile alla verità scientifica.
Metto a vostra disposizione i documenti necessari a riprova del fatto che il Dogo Argentino è un problema di Genetica già risolto.
A COLORO CHE NON COMPRENDONO:
Ritengo opportuno fare la seguente riflessione: chi parla di ciò che non conosce non dà prova di intelligenza né di discrezione ma, al contrario, possono incorrere tanto nell’ignoranza quanto nella stupidità.
A QUELLI CHE NON VOGLIONO COMPRENDERE:
Vi invito a portare un esemplare puro di qualunque razza di cane del Mondo. Qualunque sia la sua taglia e il suo peso, in modo che il Dogo Argentino lo vinca in combattimento e che mi dimostri inoltre le sue condizioni per la caccia nel nostro paese: anche i creoli si ritengono tutti uguali in tribunale.
Purtroppo Antonio fu ucciso in una giornata di caccia, nel 1956, nelle vicinanze di Totoral, a nord di Córdoba, proprio sulle stesse montagne su cui faceva allenare i suoi cani.
Dopo la sua morte, il fratello, il Dr. Agustin Nores Martinez, riesce ad introdurre il dogo argentino come razza all’interno della Federazione Cinofila Internazionale, e diventa il maggior difensore della grande opera realizzata dal fratello. |
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